Donne e lavoro
Quando si parla di donne e di lavoro delle donne, spesso si pensa che si tratti di “ cose di donne “, di
cui gli uomini ritengono di potersi disinteressare, ritenendoli marginali o perlomeno non una priorità.
Interessantissimi incontri su questi temi vedono una larga partecipazione femminile, i pochi uomini
presenti considerati quasi degli “originali”.
Questo rimarca il persistere, nel nostro paese, di stereotipi culturali che ne sottolineano l’arretratezza
rispetto ad altri e sottolinea che non si è percepito che il lavoro femminile non è solo un modo di
partecipazione delle donne alla vita democratica, quindi un fatto di equità e diritti,pari opportunità in
senso letterale, ma un fatto di mera convenienza economica, convenienza per l’imprenditore,per le
imprenditrici,per le lavoratrici, per l’intera economia italiana.
DOBBIAMO RIBADIRLO CON FORZA: L’OCCUPAZIONE FEMMINILE E’ UN FATTORE DI
SVILUPPO PER LA SOCIETA’ ITALIANA TUTTA.
L’Italia si trova ad un livello di occupazione femminile del 46%, con punte minime del 31% nelle
regioni meridionali, ben lontano dal quel 60% dell’obbiettivo di Lisbona previsto per il 2010. La media
europea è del 57%.Solo Malta tra i 27 paesi membri è messa peggio.
In Italia quasi il 20%delle donne lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio e il tasso di occupazione
delle madri con figli di età inferiore a 6 anni è del 25% inferiore a quella delle single (FAMIGLIA o
LAVORO???).
D’altro canto una parte delle donne italiane vorrebbe lavorare di più di quanto non faccia: il part-time
copre il 27% del livello complessivo dell’occupazione femminile, di queste almeno il 10%, una su tre,
ha un part-time involontario (buona parte del lavoro femminile ha caratteristiche di precarietà,di basso
livello retributivo,di saltuarietà), altre hanno un part-time di conciliazione (le donne con figli sotto a 15
anni in famiglie in cui lavorano entrambi i genitori, è part-time al 49%, dati ISTAT).
Vorrebbero più figli di quanti non ne abbiano. A fronte del desiderio di una maggiore maternità esiste
un dato, acclarato e verificato in particolare nei paesi del nord-europa, contro intuitivo e abbastanza
nuovo,che le donne che lavorano sono quelle che hanno in media più figli rispetto alle donne che non
lavorano o che hanno occupazioni saltuarie.
Aumentare quindi l’occupazione femminile significa :
-aumentare la crescita complessiva del paese
-diminuire il rischio di povertà (le famiglie monoreddito hanno un rischio molto più elevato rispetto a
quelle in cui anche la donna lavora)
-aumentare la natalità
-utilizzare le conoscenze delle donne ( sappiamo che hanno risultati scolastici più brillanti rispetto ai
colleghi maschi, si laureano prima e con voti più alti). Non si disperderebbe il loro Know-how, il loro
patrimonio di conoscenze.
-migliorare la qualità della vita, anche di quella degli uomini,che iniziano ad avvertire una
insoddisfazione rispetto al poco tempo trascorso in famiglia promuovendo una maggiore applicazione
delle politiche di conciliazione
La conciliazione tra i tempi di vita e i tempi del lavoro è una esigenza sempre più sentita, nel tentativo
di svolgere le molteplici funzioni che i ruoli che rivestiamo ci impongono. In questo senso la
conciliazione non è più un problema del singolo, ma della società intera di cui i decisori pubblici
devono assumersi tutta la complessità.
Questo è particolarmente vero per le donne, su cui pesa il maggior lavoro di cura (80%,anche quando
hanno un lavoro esterno, sono 5 ore e 20 minuti al giorno, rispetto a 1 ora e 35 minuti degli uomini) ,
donne che nell’impossibilità di farlo si trovano a rinunciare o al lavoro o a farsi una famiglia.
I paesi ( come la Spagna) che hanno investito sull’occupazione femminile, ottenendo aumenti di tassi
percentuali che sfiorano il 10% hanno avuto incrementi importanti del PIL. Non vanno certo in questa
direzione le decisioni prese dall’attuale governo di destra:
basti pensare alla CANCELLAZIONE della legge 188/2007 per contrastare il fenomeno delle
dimissioni in bianco o alla penalizzazione di fatto del lavoro femminile con la DETASSAZIONE degli
straordinari,ben sapendo come sia già difficile per le donne fare l’orario ordinario.
Le proposte che ,come forza politica , dobbiamo perseguire con la pragmaticità che contraddistingue
l’Italia Dei Valori sono molte, tra queste alcune prioritarie:
-incentivazioni fiscali per le aziende che assumono donne, in particolare quelle che rientrano nel mondo
del lavoro dopo essersi dedicate al lavoro di cura di figli e anziani
-promozione dell’imprenditoria femminile:
agevolazioni di accesso al credito (le imprese femminili hanno tassi di interesse superiori del 3%
rispetto a quelle con titolari maschi-Alesina docet).
Incubatori di impresa. Tutoraggio di giovani imprenditrici da parte di altre imprenditrici
esperte
-detraibilità fiscale delle spese di cura per tutte le donne lavoratrici
- implementazione delle azioni di conciliazione:
applicazione dell’art.9 legge 53/2000
estensione dei congedi parentali laddove ne usufruiscano i padri, prevedendo una obbligatorietà del
congedo maschile, magari di pochi giorni che avrebbe un forte impatto simbolico
creazione di nuove figure di assistenza che accompagnino le nuove mamme nei primi mesi di vita del
bambino
-certificazione di qualità delle politiche di genere, alle imprese che prevedano piani di azioni positive
con premialità nell’accesso ai pubblici concorsi e altre agevolazioni.
La crisi economica globale che stiamo attraversando e che vede colpire ancora una volta e di più
alcune categorie di lavoratori e lavoratrici deve diventare l’occasione per dare una svolta vera alle
politiche lavorative e di genere in particolare, deve diventare un cavallo di battaglia della nostra azione
politica, togliendo queste tematiche alla loro solo APPARENTE MARGINALITA’, facendone una
scommessa da giocare e vincere per far ripartire il paese Italia sia da un punto di vista economico che
culturale.






