Archivio per gennaio, 2010

Intervista sulla Sanità per ilquotidiano.it

gennaio 19, 2010 Di: Palma Del Zompo Categoria: Politica, Sanità

 

Organizzazione su area vasta e Azienda ospedaliera unica: problemi aperti. Intervista alla consigliera Palma del Zompo.

 

Dalla delibera della Giunta regionale dell’ottobre 2007 che ha dato il via, all’interno del Piano Sanitario regionale, al Progetto sperimentale per l’istituzione dell’ Area Vasta nelle zone nord e sud della regione Marche (Fano- Pesaro, Ascoli-San Benedetto), ancora nessuna novità ed iniziativa di pianificazione a lungo termine è stata assunta per la razionalizzazione del servizio sanitario dell’area picena.

 

L’ultimo evento significativo, ma in negativo, le dimissioni del Direttore Sanitario Generale nonché responsabile dell’attuazione del Progetto Area Vasta della zona Ascoli-San Benedetto, dottor Giuseppe Petrone, che, esecutive a partire dal 30 settembre 2009, lasciano decapitato a livello operativo il progetto stesso, nonostante la nomina di un commissario con incarico temporaneo, il dottor Massimo Esposito.

Per portare un contributo di chiarezza ai cittadini su un tema di importanza centrale nella vita quotidiana delle persone e in cui l’adozione di determinati obiettivi, l’assunzione di precise scelte riguardo le possibili modalità attuative, non saranno privi di conseguenze nella esistenza concreta di migliaia di persone, sarebbe auspicabile che i cittadini stessi ricevessero una informazione, per quanto possibile, puntuale ed esauriente sulla complessità dei problemi e sulla valutazione delle differenti opzioni finora in campo.

Ne abbiamo parlato con la Consigliera comunale dottoressa Palma del Zompo, che del progetto di area vasta è sempre stata sostenitrice e che ritiene che la sfida impegnativa rivolta alla realizzazione di una razionalizzazione del servizio sanitario nell’ area del piceno, vada raccolta ed evasa attraverso un serio impegno politico di tutti gli attori coinvolti e che si debba uscire dall’immobilismo in cui attualmente il progetto è bloccato.

 

Per fare un po’ di chiarezza circa gli eventi politici e amministrativi legati all’attuazione del Piano Sanitario regionale e offrire un contributo di chiarezza riguardo i problemi in campo occorrerebbe ripercorrere in sintesi l’iter di tutta la vicenda. Come nasce il Progetto di organizzazione su area vasta?

Obiettivo generale dell’istituzione dell’organizzazione su area vasta è quello di concentrare gli interventi sanitari richiesti nel territorio in modo da conseguire il raggiungimento di un livello di specializzazione ottimale nei diversi settori evitando la dispersione di risorse, la frammentazione e la disomogeneità dei protocolli di trattamento, e incrementando invece la costituzione di poli specialistici di elevata qualità.

Si tratta di modalità di riorganizzazione ed erogazione dei servizi sanitari già ampiamente studiate ed adottate in altre regioni nelle quali hanno dato buona prova di sé in termini di efficienza e rispondenza ai bisogni del territorio (un esempio quello dell’Emilia Romagna).

 

Il principio elementare su cui questo tipo di organizzazione e gestione del servizio si basa è quello per cui “non tutti possono fare bene tutto” ed è quindi opportuno creare sinergie tra i vari presidi sanitari (dagli ambulatori, alle cliniche, alle strutture più grandi) in modo da coordinare ed integrare nel modo più efficiente possibile le prestazioni di ognuno. Il concetto organizzativo è quello dell’ “Hub and spoke” basato sull’integrazione centro-periferia.

Ad esempio nella nostra zona in cui esistono due ospedali (Ascoli e San Benedetto) in parte sovrapponibili per interventi e prestazioni, occorrerebbe operare in modo da specializzare ciascuno di essi con propri servizi sanitari di eccellenza, integrati tra loro in forme di intervento complementari in relazione alle diverse richieste sanitarie, sollevandoli invece dalla gestione di tutta una serie di interventi ed esigenze che potrebbero essere soddisfatti più efficacemente attraverso il ricorso a strutture sanitarie di minori dimensioni diffuse sul territorio.

In questo contesto, naturalmente andrebbe definito e rigorosamente regolato il rapporto tra sanità pubblica e privata, in modo che non si verifichino situazioni di privilegio o monopolio e che l’integrazione avvenga nell’interesse dell’utenza e della razionalizzazione.

 

Come nasce la decisione di orientarsi nei confronti di questa scelta, quali le motivazioni politiche e amministrative che l’hanno alimentata?

Si tratta di un obiettivo ambizioso e di consistente impegno attuativo, ma in qualche modo ineludibile per una serie di condizioni e contingenze sia di ordine legislativo (federalismo fiscale con diminuzione di posti letto disponibili per ospedalizzazione da portare a 130 per 1000 abitanti), sia di ordine demografico (allungamento delle attese di vita e tendenza costante all’aumento della percentuale di anziani e delle patologie geriatriche nella popolazione della regione, le quali non sempre trovano nell’ospedalizzazione la soluzione più adatta) sia, infine, di ordine strategico ( se oggi si registra una “grande spesa per quanto riguarda il settore ospedaliero…” e una “ bassa spesa nella prevenzione e nella territorialità….. dobbiamo compiere questa inversione di tendenza.” Da un documento della Giunta Regionale)

 

Come è stata data attuazione fino ad oggi al Progetto di area vasta?

Per conseguire gli obiettivi oggetto del Progetto sono stati istituiti ed hanno operato in questi due anni, due gruppi di lavoro, uno a indirizzo tecnico amministrativo e l’altro deputato alla progettualità sanitaria, composti di professionisti dotati di competenze specifiche relative ai due ambiti.

Il lavoro dei due team work ha prodotto circa una trentina di progetti di cui però solo una piccola percentuale ha trovato attuazione.

 

In questo contesto, nell’aprile 2009, è stato istituita con delibera di Giunta regionale l’ Azienda sanitaria degli ospedali riuniti delle Marche sud per la quale è stata prevista autonomia gestionale e amministrativa con previsione di disponibilità di mezzi atti a garantire la qualità dei servizi. Tale istituzione doveva essere seguita dal passaggio in Commissione Sanità e dal successivo in Consiglio regionale per l’approvazione definitiva.

E’ proprio in questa fase che l’iter si è fermato e le dimissioni del Direttore Generale hanno ulteriormente rallentato il procedimento di attuazione del progetto.

Le dimissioni del Dottor Petrone, sebbene ufficialmente motivate con ragioni personali, sono state interpretate un po’ da tutti come un atto di “dissenso” nei confronti degli organi regionali che non hanno dedicato all’attuazione del progetto di area vasta della zona sud delle Marche (Ascoli- San Benedetto) quella attenzione e, soprattutto, quei finanziamenti, indispensabili per l’avvio del progetto stesso.

E’ urgente allora dare corpo ad una iniziativa politica più incisiva di quella fin qui condotta che coinvolga professionisti, politici e cittadini nella prospettiva di ottenere una correzione della sperequazione, che si è accumulata negli anni, nella distribuzione delle risorse nei vari territori della regione e che ha penalizzato in maniera significativa la nostra zona.

Sarebbe indispensabile avanzare proposte concrete e dimostrare una competenza progettuale politico-amministrativa più decisa e coerente nei confronti della regione.

Esistono nel nostro territorio professionalità in grado di elaborare proposte e progetti concreti per incrementare e qualificare l’offerta di servizi sanitari e dare concretezza alla organizzazione su area vasta.

Io stessa, per il mio ambito di intervento e per le esigenze di cura che ho potuto riscontrare nel mio lavoro di medico di base e specialista in ginecologia, mi sentirei di avanzare specifiche proposte.

Una di queste potrebbe essere la creazione di un centro di endoscopia ginecologica che, in grado di praticare interventi poco invasivi, consentirebbe di intervenire su molte patologie femminili senza ricorrere all’isterectomia oggi reputata in molti casi inutile e invasiva.

O l’istituzione di un centro per i disturbi dell’alimentazione (anoressia e bulimia) che rappresentano una patologia ormai radicata nella nostra società soprattutto tra i giovani e che non trova neppure in prossimità della nostra area sanitaria territoriale strutture in grado di offrire indicazioni e risposte adeguate.

Anche il potenziamento della raccolta del cordone ombelicale, iniziata con successo nell’ospedale di San Benedetto, potrebbe essere un’opportunità da potenziare, chiedendo magari alla regione di individuare, proprio nella nostra area vasta, la sede della banca regionale di raccolta, oggi situata in un’altra regione.

 

Queste sono solo alcune proposte, ma attingendo alle competenze professionali del territorio e lavorando di concerto con tutte le realtà locali, senza campanilismi e rivalità, ma avendo a cuore solo il benessere e la salute dei cittadini, si potrebbe impegnare le risorse presenti in un progetto di grande respiro.

 

 

 

 

 

 

 

Qual è invece, al momento, lo “stato dell’arte”?

L’attualità invece ci pone oggi di fronte al fatto che nessuna iniziativa viene stimolata e assunta al fine di dare seguito a quanto previsto nel Piano Sanitario Regionale e alla concretizzazione del progetto dell’ area vasta.

 

A complicare questo quadro di “attesa”, si sono inserite intanto alcune proposte alternative, come quella relativa alla creazione di un ospedale “di vallata” (del Tronto) che dovrebbe nascere dalla fusione dei due ospedali tutt’ora esistenti, Madonna del Soccorso e Mazzoni.

Si tratterebbe di avviare la costruzione di una megastruttura verso la quale pur non essendoci obiezioni di principio, si potrebbe facilmente opporre le seguenti considerazioni:

  • Tale alternativa non è prevista nel Piano Sanitario Regionale che invece ha indirizzato la sua attenzione verso il progetto dell’ area vasta

  • La costruzione ex novo di una struttura così grande comporterebbe tempi davvero lunghi per poter iniziare ad operare, ammesso che tutte le procedure per il suo avvio si svolgano tempestivamente.

 

Perché il Progetto di organizzazione della sanità su area vasta non raccoglie la indispensabile energia politica per essere avviato alla realizzazione?

Perché non si apre su di esso e sulle varie alternative in campo un’ampia discussione pubblica che si traduca, innanzitutto in un’informazione dettagliata ai cittadini riguardo il servizio sanitario di cui in futuro saranno fruitori?

Anche se i problemi in campo sono complessi e di non facile accessibilità da parte di tutti, è dovere della politica rendere trasparente e il più possibile comprensibile il quadro che si prospetta sulla sanità locale predisponendo strumenti atti a fornire a cittadini e professionisti della sanità, la consapevolezza delle ricadute che le scelte che si vanno a compiere avranno sulla vita concreta delle persone.

 

 

RAGGIUNTI!!!!!

gennaio 08, 2010 Di: Palma Del Zompo Categoria: Pari Opportunità, Politica

                                               

 

E’ notizia di oggi che nel 2010 l’occupazione femminile negli Stati Uniti raggiungerà quella maschile, con la previsione di un sorpasso in breve tempo.

Questa notizia mi stimola a fare alcune considerazioni .Innanzitutto la diversità della situazione nel nostro Paese. Il livello di occupazione femminile in Italia è del 46%, con punte minime del 31% nelle regioni meridionali, ben lontano dal quel 60% dell’obbiettivo di Lisbona previsto per il 2010. La media europea è del 57%. Solo Malta tra i 27 paesi membri è messa peggio.
In Italia quasi il 20%delle donne lascia il lavoro dopo la nascita di un figlio e il tasso di occupazione
delle madri con figli di età inferiore a 6 anni è del 25% inferiore a quella delle single: famiglia o lavoro? Questo il dilemma…

D’altro canto una parte delle donne italiane vorrebbe lavorare di più di quanto non faccia:  il part-time copre il 27% del livello complessivo dell’occupazione femminile, di queste almeno il 10%, (una su tre), ha un part-time involontario (buona parte del lavoro femminile ha caratteristiche di precarietà, di basso livello retributivo, di saltuarietà), altre hanno un part-time di conciliazione (le donne con figli sotto a 15 anni in famiglie in cui lavorano entrambi i genitori, è part-time al 49%, (dati ISTAT).

Le donne vorrebbero più figli di quanti non ne abbiano. A fronte del desiderio di una maggiore maternità esiste un dato, acclarato e verificato in particolare nei paesi del Nord-Europa, contro intuitivo e abbastanza nuovo,che le donne che lavorano sono quelle che hanno in media più figli rispetto alle donne che non lavorano o che hanno occupazioni saltuarie.

Va da sé quindi che aumentare l’occupazione femminile significa:

-aumentare la crescita complessiva del paese

-diminuire il rischio di povertà (le famiglie monoreddito hanno un rischio molto più elevato rispetto a quelle in cui anche la donna lavora)

-aumentare la natalità

-utilizzare le conoscenze delle donne ( sappiamo che hanno risultati scolastici più brillanti rispetto ai colleghi maschi, si laureano prima e con voti più alti). Non si disperderebbe il loro Know-how, il loro patrimonio di conoscenze.

In poche parole significa migliorare la qualità della vita di tutti, anche di quella degli uomini, che in molti casi iniziano ad avvertire una insoddisfazione rispetto al poco tempo trascorso in famiglia.

La parola magica dovrebbe essere: “conciliazione”.

La conciliazione tra i tempi di vita e i tempi del lavoro è una esigenza sempre più sentita, nel tentativo di svolgere le molteplici funzioni che i ruoli che le donne rivestono impongono loro. In questo senso la conciliazione non è più un problema del singolo, ma della società intera di cui i decisori pubblici devono assumersi tutta la complessità.

Questo è particolarmente vero per le donne, su cui pesa il maggior lavoro di cura (80%, anche quando hanno un lavoro esterno, sono 5 ore e 20 minuti al giorno, rispetto a 1 ora e 35 minuti degli uomini), donne che nell’impossibilità di farlo si trovano a rinunciare o al lavoro o a farsi una famiglia. E’ per questo che ,un anno fa , mi sono fatta promotrice di un Protocollo d’Intesa  firmato dall’Amministrazione Comunale, dalle Associazioni di Categoria, dai Sindacati per l’applicazione della legge 53/2000, in particolare dell’art.9 che favorisce proprio progetti sulla conciliazione, (anche se a tutt’oggi il Ministero della Famiglia, competente per la sua attuazione, ne ha bloccato i fondi).

I paesi ( come la Spagna) che hanno investito sull’occupazione femminile, ottenendo aumenti di tassi percentuali che sfiorano il 10% hanno avuto incrementi importanti del PIL.

Non vanno certo in questa direzione le decisioni prese dall’attuale governo di destra: basti pensare alla cancellazione della legge 188/2007 per contrastare il fenomeno delle dimissioni in bianco o alla penalizzazione” di fatto” del lavoro femminile con la detassazione degli straordinari, ben sapendo come sia già difficile per le donne fare l’orario ordinario.

Allora non basta evidenziare i problemi, ma è urgente e indispensabile avanzare proposte. Tra le molte possibili, provo ad indicarne alcune secondo me prioritarie:

*Incentivazioni fiscali per le aziende che assumono donne, in particolare quelle che rientrano nel mondo del lavoro dopo essersi dedicate al lavoro di cura di figli e anziani
*Promozione dell’imprenditoria femminile:

-        agevolazioni di accesso al credito (le imprese femminili hanno tassi di interesse superiori del 3% rispetto a quelle con titolari maschi Alesina docet).

-        Incubatori di impresa. Tutoraggio di giovani imprenditrici da parte di altre imprenditrici esperte

-        Detraibilità fiscale delle spese di cura pEr tutte le donne lavoratrici

* Implementazione delle azioni di conciliazione attraverso:

-        -l’applicazione dell’art.9 legge 53/2000;

-        -l’estensione dei congedi parentali laddove ne usufruiscano i padri, prevedendo una obbligatorietà del congedo maschile ( magari di pochi giorni ),  che dovrebbe avere un forte impatto simbolico;

-        -creazione di nuove figure di assistenza che accompagnino le nuove mamme nei primi mesi di vita del bambino aiutandole ad affrontarne le ansie e contribuendo magari a diminuire l’incidenza delle “depressioni del post-partum”.

*Certificazione di qualità delle politiche di genere, alle imprese che prevedano piani di azioni positive con premialità nell’accesso alle gare pubbliche e altre agevolazioni.

Perché non proviamo ad affrontare la crisi economica globale che stiamo attraversando, in particolare nel nostro territorio,  per dare una svolta alle politiche lavorative e di genere in particolare? Può e deve diventare un cavallo di battaglia dell’azione politica, togliendo queste tematiche alla loro solo apparente marginalità. Perché non pensare alla nostra nuova Provincia come un laboratorio dove questi temi diventino una scommessa da giocare e vincere per far ripartire il nostro territorio sia da un punto di vista economico che culturale? Perché non porci come obbiettivo una sorta di “bollino rosa” per promuovere le aziende che si impegnano in questa direzione?

Potrebbe diventare un elemento caratterizzante del Piceno, magari un apripista di nuove esperienze lavorative che potrebbero condurre al miglioramento della nostra qualità di vita e alla creazione di nuovi lavori e nuove opportunità.

Io ci credo e ci spero.

 

Palma Del Zompo

Consigliere per le Pari opportunità

Italia Dei Valori

 

 

Berlusconi=Craxi?!

gennaio 05, 2010 Di: Palma Del Zompo Categoria: Politica

Ho appena visto il documento preparato da Stefania Craxi e mandato in onda da Lucia Annunziata nel suo programma su Rai tre. Un’intervista dell’ultimo periodo della vita di Craxi ad Hammamet.

La teoria del complotto, dei giudici politicizzati, della persecuzione politica, dei traditori…Le stesse motivazioni espresse con le stesse parole, la stessa arroganza di chi si sente più uguale degli altri, “primus super pares” come lo ha definito l’Onorevole Pecorella perorando il Lodo Alfano a tutela del Premier Berlusconi, davanti alla Consulta. Era davvero Lui o Berlusconi travestito da Craxi?

La storia si ripete, ma a detta di Stefania Craxi, mentre per il padre le cose sono andate in un certo modo, così non sarà per B., gli italiani non lo permetteranno…La cosa triste è che forse ha anche ragione, non vedo nel Paese e neanche nella opposizione politica a Berlusconi, perlomeno in una certa parte di essa, quella determinazione, quella indignazione per chi propugna per sé una impunibilità, una improcessabilità sancita per legge.

Sono in calendario per il 12 Gennaio al Senato il “processo breve”, per il 25 alla Camera il “legittimo impedimento”. All’orizzonte c’è il ripristino dell’immunità parlamentare. Che cosa altro dobbiamo aspettare per sbeffeggiare, come merita, quella proposta di dialogo, di “campagna dell’amore”, che altro non è se non fumo negli occhi gettato sui cittadini che non ne possono più di tutta la violenza verbale che proprio il Premier e i suoi sodali hanno sparso a piene mani, ribaltando spudoratamente i fatti dopo l’aggressione del povero Tartaglia che ha trovato in Parlamento nelle parole dell’Onorevole Cicchitto i mandanti morali nei giornali non schierati, nel “terrorista mediatico” Marco Travaglio?

C’è ancora qualcuno che crede veramente che B. rinuncerà alla sua impunibilità? Che si farà processare come un qualsiasi cittadino?

Oggi diventa rivoluzionario ribadire i principi di legalità, di difesa della Costituzione ( a proposito, Brunetta vuole cambiare l’art. 1, quello che recita che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro, dicendo che non significa nulla…per lui almeno), dire che lo scudo fiscale che ha riportato in Italia quasi 100 miliardi di euro (l’ultima finanziaria è di 9 miliardi di euro) è una “porcata”(copio da Calderoli sulla sua riforma elettorale), perché permette agli evasori, ai riciclatori di denaro sporco di rimettersi in regola, pagando solo il 5% mantenendo l’anonimato, alla faccia dei cittadini onesti! Si potrebbe continuare…ma le feste natalizie non sono ancora concluse…e siamo ancora in piena “campagna dell’amore”.

A tal proposito Cicciolina, qualche anno fa, era più credibile…